lunedì 1 agosto 2011

Estate

Estate: sedici tonnellate di autentica carne italiana che rosola nella sabbia cocente, che pare essere l'unico aggettivo pensabile ormai da ore. Nell'incontro aria luce la vita trema non di calore, ma di vertigine. Tutte le cose, sul filo ormai stanco della prova costume, si guardano l'un l'altra in cagnesco barattando complimenti e calorie. Un tramonto immenso a cui chiunque dà le spalle, un mare del cazzo, un palo in acqua che ripete come un mantra che l'acqua profonda è pericolosa, l'acqua profonda è pericolosa, l'acqua profonda è pericolosa, in tutte le lingue che hanno vinto o perso la seconda guerra mondiale.
Estate: settecentoventidue chilometri da non sentire, spalmati su ottantadue chili di autentica carne italiana sotto una collinetta di sabbia misto cicche misto merda. I numeri civici della via Emilia come tentativi a quattro cifre di lasciarla andare. Strade secanti che trafiggono città che trafiggono vite. Inquantificabili solitudini racchiuse dagli Anni Sessanta come motivo e paradigma di un paese morto soffocato dai propri fastidiosissimi dolcevita. Centocinquanta piegamenti a mattina sono come il caffè.
Estate: certe volte vorrei che si alzasse un ronzio immenso, infinito e lunghissimo, un la bemolle, possibilmente. Un'improvvisa morte violenta.
Mi sono tagliato via un pezzo di pelle dall'alluce eppure non sento dolore, ma stanchezza, stanchezza che sale dall'alluce al cuore e riscende e cola giù dietro le orecchie lungo la schiena, dentro lo stomaco. Una miscela mortale di malinconia e voglia di vivere, con gli occhi buttati a caso dentro le orbite, giù, nel profondo.
Estate: ci sono cose del passato di mio padre che non so e ne ho l'ansia. Mi guardo e mi faccio un po' schifo, vado a letto tardi perché mi drogo di albe che mi gonfiano la gola. Scoppio di desideri delusi, di speranze troncate sul nascere, di un fastidio sordo e lento come Red Bull che pompa sangue nelle vene, nel grasso, nei muscoli, di paci fatte, di epilessie. Se mi scordo gli occhiali sono morto, è come dentro una teca di vetro appannato, morto e protetto.
Comunque dev'esserci un virus che mi intaglia addosso ogni secondo che vivo, un'intacca al secondo, perché altrimenti queste me le sono fatte da solo e non me lo ricordo.

4 commenti:

  1. ah finalmente sei tornato ç_ç

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  2. il virus estivo finisce sempre per sferruzzare
    i testicoli a chi non è amante degli oliati
    meccanismi delle pubblicità di crema solare

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