Estate: settecentoventidue chilometri da non sentire, spalmati su ottantadue chili di autentica carne italiana sotto una collinetta di sabbia misto cicche misto merda. I numeri civici della via Emilia come tentativi a quattro cifre di lasciarla andare. Strade secanti che trafiggono città che trafiggono vite. Inquantificabili solitudini racchiuse dagli Anni Sessanta come motivo e paradigma di un paese morto soffocato dai propri fastidiosissimi dolcevita. Centocinquanta piegamenti a mattina sono come il caffè.
Estate: certe volte vorrei che si alzasse un ronzio immenso, infinito e lunghissimo, un la bemolle, possibilmente. Un'improvvisa morte violenta.
Mi sono tagliato via un pezzo di pelle dall'alluce eppure non sento dolore, ma stanchezza, stanchezza che sale dall'alluce al cuore e riscende e cola giù dietro le orecchie lungo la schiena, dentro lo stomaco. Una miscela mortale di malinconia e voglia di vivere, con gli occhi buttati a caso dentro le orbite, giù, nel profondo.
Estate: ci sono cose del passato di mio padre che non so e ne ho l'ansia. Mi guardo e mi faccio un po' schifo, vado a letto tardi perché mi drogo di albe che mi gonfiano la gola. Scoppio di desideri delusi, di speranze troncate sul nascere, di un fastidio sordo e lento come Red Bull che pompa sangue nelle vene, nel grasso, nei muscoli, di paci fatte, di epilessie. Se mi scordo gli occhiali sono morto, è come dentro una teca di vetro appannato, morto e protetto.
Comunque dev'esserci un virus che mi intaglia addosso ogni secondo che vivo, un'intacca al secondo, perché altrimenti queste me le sono fatte da solo e non me lo ricordo.
Estate: certe volte vorrei che si alzasse un ronzio immenso, infinito e lunghissimo, un la bemolle, possibilmente. Un'improvvisa morte violenta.
Mi sono tagliato via un pezzo di pelle dall'alluce eppure non sento dolore, ma stanchezza, stanchezza che sale dall'alluce al cuore e riscende e cola giù dietro le orecchie lungo la schiena, dentro lo stomaco. Una miscela mortale di malinconia e voglia di vivere, con gli occhi buttati a caso dentro le orbite, giù, nel profondo.
Estate: ci sono cose del passato di mio padre che non so e ne ho l'ansia. Mi guardo e mi faccio un po' schifo, vado a letto tardi perché mi drogo di albe che mi gonfiano la gola. Scoppio di desideri delusi, di speranze troncate sul nascere, di un fastidio sordo e lento come Red Bull che pompa sangue nelle vene, nel grasso, nei muscoli, di paci fatte, di epilessie. Se mi scordo gli occhiali sono morto, è come dentro una teca di vetro appannato, morto e protetto.
Comunque dev'esserci un virus che mi intaglia addosso ogni secondo che vivo, un'intacca al secondo, perché altrimenti queste me le sono fatte da solo e non me lo ricordo.

ah finalmente sei tornato ç_ç
RispondiEliminae che ritorno.
RispondiEliminail virus estivo finisce sempre per sferruzzare
RispondiEliminai testicoli a chi non è amante degli oliati
meccanismi delle pubblicità di crema solare
puoi giurarci, dave.
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