Apro la luce del bagno con uno scatto dell'interruttore e la luce ronza un po'. Mentre osservo che la Cosa ha assunto una forma oblunga giù per tutto il collo con delle propaggini circolari lungo tutto il petto, mi accorgo di non avere più le unghie in pratica.
Mi sfrondo i capelli sulla cima della testa. Sono più radi dell'ultima volta che li ho osservati così attentamente, potrei scommetterci qualcosa.
Fuori è una splendida giornata, immagino. Sento l'aria tiepida della primavera che inizia a rosolare attraverso le tapparelle del bagno mentre sto in mutande coi piedi nudi appiccicati alle mattonelle. Non esco, tanto. Tiro un respiro grosso. Mi scrocchiano le vertebre.
Di là squilla il telefono, non rispondo e parte la segreteria, la voce robotica della convincente pubblicità di un trattamento dimagrante.
Mentre, chiudo gli occhi e l'unica cosa che sento sono i tonfi dei pugni avvolti nelle bende che affondo nel sacco della palestra dove non conosco nessuno e l'istruttore di uno sport che non mi piace mi chiama andrea che non è il mio nome.
Quando guardo l'orologio il primo scatto di secondo che vedo è sempre il più lungo, come se l'orologio partisse solo quando e se lo guardo io.
Mi arriva un messaggio nel telefono, del mio operatore telefonico, di andare a vedere un film che non vedrò mai su come la gente è morta e se lo meritava.
Poi mi telefona mia madre e mi racconta del forno, di mio padre che bestemmia, di mia zia che la odia, di mia nonna che la odia da prima e più a fondo, di aver detto un rosario assieme ad una ragazzina per non saper che fare, di aver visto Ferrara e averla giudicata bellissima, dell'aver perso dieci chili mangiando le solite cose di sempre con moderazione senza sgarri. Io non dico praticamente niente al di fuori di "meno male". Lei non capisce che la mia è un'invocazione.
Guardo fuori qualche ora, non penso a niente. Solo dopo penso di non aver pensato a niente e di averlo fatto con una scioltezza che non mi appartiene. Mi soddisfa aver pensato al fatto di non aver pensato, però.
Faccio qualcosa da maledetto, da uomo con l'anima in fiamme. Bevo bourbon e maledico le femmine, mi tiro una sega e scrivo una poesia sullo sperma, non mi rado.
Poi chiamo Pitone e imito il suo umorismo così sono in linea con lui, la mia amicizia con lui non vacillerà mai. Parliamo, di chi ci sta tradendo, di chi ci ha già tradito prima della telefonata, del tradimento stesso:
- io ho capito che la missione della mia vita è sentirmi accettato non sentendomi accettato neanche un po'. Parte di qualcosa di più grande, di collettivo, di pacche e solite battute su chi ormai ti conosce e parlando di te agli altri ti giustifica sempre perché sei fatto così. Un microsistema dove tutti la pensano come me senza che io lo sappia, perché già il concetto di "trovare" dei punti di convergenza comuni è un'ipocrisia e perché i punti o ci sono o vale la pena stare alla maggior distanza possibile sul pianeta.
- con le schiene attaccate.
- e non farò mai niente perché questo accada, ovviamente.
- perché facendolo, non riusciresti a farlo non facendolo. Che è invece quello che vuoi fare.
- mio papà non mi ha mai detto bravo da piccolo, nemmeno quand'ero stato bravo. L'elaborazione della mia necessità di appagamento non passa per l'assenso puro, ma sempre e comunque per un assenso mascherato da dissenso. Che lo mascheri io o che lo mascheri qualcun'altro. E' la miglior scuola di vita.
- meglio che mi tradiscano, piuttosto che tutto vada bene.
- il mio stesso universo è un sottile strappo tra la dispersione liquida del caos e le strisce dei peanuts.
Elenco delle cose presenti sulla mia scrivania: due mazzi di chiavi apparentemente indistinguibili, un righello, una pezza da occhiali, tre evidenziatori finiti, un codice di diritto e procedura penale, un paio di occhiali, il mio portafogli, due barattoli pieni di penne, un fermacarte a forma di gatto, una macchia di qualcosa di organico e indecifrabile, una confezione quasi finita di caramelle, un accendino, della cenere, qualche pelo della mia stessa barba.
Di là squilla il telefono, non rispondo e parte la segreteria, il convincente messaggio elettorale robotizzato di un candidato che comunque non voterò mai.
Chiudo con Pitone, ci sentiamo Lunedì, anche se quando chiudo alla fine rimango sempre io con l'orecchio più caldo e il mio umorismo che non piace a nessuno perché nessuno lo imita.
L'altra notte ho sognato di nuovo lei, ma non mi ha fatto nessun effetto, l'ho sognata come si potrebbe sognare un dolore che ti ha trapassato e quindi non può proprio tecnicamente andare più giù.
Poi ho sognato una spiaggia gonfia di gamberi.
Faccio qualcosa da maledetto, da uomo con l'anima in fiamme. Bevo bourbon e maledico le femmine, mi tiro una sega e scrivo una poesia sullo sperma, non mi rado.
Poi chiamo Pitone e imito il suo umorismo così sono in linea con lui, la mia amicizia con lui non vacillerà mai. Parliamo, di chi ci sta tradendo, di chi ci ha già tradito prima della telefonata, del tradimento stesso:
- io ho capito che la missione della mia vita è sentirmi accettato non sentendomi accettato neanche un po'. Parte di qualcosa di più grande, di collettivo, di pacche e solite battute su chi ormai ti conosce e parlando di te agli altri ti giustifica sempre perché sei fatto così. Un microsistema dove tutti la pensano come me senza che io lo sappia, perché già il concetto di "trovare" dei punti di convergenza comuni è un'ipocrisia e perché i punti o ci sono o vale la pena stare alla maggior distanza possibile sul pianeta.
- con le schiene attaccate.
- e non farò mai niente perché questo accada, ovviamente.
- perché facendolo, non riusciresti a farlo non facendolo. Che è invece quello che vuoi fare.
- mio papà non mi ha mai detto bravo da piccolo, nemmeno quand'ero stato bravo. L'elaborazione della mia necessità di appagamento non passa per l'assenso puro, ma sempre e comunque per un assenso mascherato da dissenso. Che lo mascheri io o che lo mascheri qualcun'altro. E' la miglior scuola di vita.
- meglio che mi tradiscano, piuttosto che tutto vada bene.
- il mio stesso universo è un sottile strappo tra la dispersione liquida del caos e le strisce dei peanuts.
Elenco delle cose presenti sulla mia scrivania: due mazzi di chiavi apparentemente indistinguibili, un righello, una pezza da occhiali, tre evidenziatori finiti, un codice di diritto e procedura penale, un paio di occhiali, il mio portafogli, due barattoli pieni di penne, un fermacarte a forma di gatto, una macchia di qualcosa di organico e indecifrabile, una confezione quasi finita di caramelle, un accendino, della cenere, qualche pelo della mia stessa barba.
Di là squilla il telefono, non rispondo e parte la segreteria, il convincente messaggio elettorale robotizzato di un candidato che comunque non voterò mai.
Chiudo con Pitone, ci sentiamo Lunedì, anche se quando chiudo alla fine rimango sempre io con l'orecchio più caldo e il mio umorismo che non piace a nessuno perché nessuno lo imita.
L'altra notte ho sognato di nuovo lei, ma non mi ha fatto nessun effetto, l'ho sognata come si potrebbe sognare un dolore che ti ha trapassato e quindi non può proprio tecnicamente andare più giù.
Poi ho sognato una spiaggia gonfia di gamberi.

poesia in prosa
RispondiEliminasogni cose che vanno all'indietro.
RispondiEliminadistruzione
RispondiElimina@Jack, grazie va ben oltre le mie aspettative.
RispondiElimina@Andrea, o vanno avanti molto lentamente.
@Disordini, sei nel posto giusto.