domenica 13 febbraio 2011

Del come l'Amore si infilò un po' dappertutto. II

Non faccio un lavoro noioso, non ho una strana storia pregressa di genitori maniaci a solcarmi le meningi con le proiezioni delle proprie mancanze e terribili storie personali.
Ho avuto qualche delusione dalla vita, come potrebbe averne chiunque. Ma mi sono sempre ripreso, ho dimenticato.
Quando sono seduto sulla scrivania e guardo D., l'infermiera di turno lunedì mercoledì venerdì e domeniche alterne, ritirarsi su le calze e stringersi la coscia muscolosa e gonfia mentre distende la gamba da seduta e penso che lo faccia proprio per me, mi infilo un pezzo di muffin della macchinetta del terzo piano in bocca, mando giù senza masticare e mi stringo il pisello.
Sulla porta del mio cubicolo c'è una illustrazione semplicissima che ho disegnato io della Manovra di Heimlich, su qualche post-it. Nel mio portafoglio c'è scritto che non posso donare i polmoni perché fumo, in un post-it piegato. O fumo perché non posso donare i polmoni, non me lo ricordo. Non mi ricordo un sacco di cose, in effetti. E' per questo che attacco post-it su qualsiasi cosa, ovunque. Per questo e perché odio non ricordarmi le cose. Medicina è stato un incubo. L'ipossia non ha aiutato, ma la masturbazione compulsiva non c'entra. Esfoliazione del glande. I motivi per cui ci si masturba sono essenzialmente tre.

Quando ci siamo spinti al largo e tu mi abbracciavi mentre nuotavo e stavi seduta su di me e il tuo velo era ormai qualche metro più in là verso la costa, però, dicevi che non ci sarebbero stati altri problemi, che volevi solo avermi più che mai, che la parola deflorare ti faceva schifo e che non potevi riconnetterla all'unica volta in cui c'eravamo davvero amati. Mi dicevi di smetterla di guardarti con quella faccia da pesce lesso anche se era l'unica che dicevo di avere, e sarà stata la spiaggia di Sharm, quel viscido portantino che faceva due più due con i giovani e ci lasciava un preservativo accanto al cioccolatino sul letto rifatto, o quel preservativo, che ti faceva paura ormai, ma mi stringevi così forte mentre il sale dell'acqua si infilava un po' ovunque e io mi infilavo ovunque dentro di te che ancora mi ricordo la ginocchiata nelle palle poco prima che venissi, perché, dicevi, non volevi sentirti di nuovo come la mamma di un mostro e finire in clinica a farti raschiare come una vecchia puttana troppo occupata a contare gli spiccioli nelle mutande per crescere uno sgorbio. E mi ricordo i tuoi capelli che mi frustavano la faccia e le tue proverbiali unghie infilate nella schiena e quei seni enormi dei quali mi ero perdutamente innamorato, lucidi e alti, che costantemente usavi per torcermi tutto. E io che mi torcevo e pensavo che non sarei mai più stato in grado di provare altri sentimenti, giusto un secondo prima della nausea e dell'odio che mi iniettava verso di te il coito e tu, che lo sapevi, che ti allontanavi e salivi sugli scogli che ti tagliavano le dita dei piedi e te le succhiavi e a me prendeva di nuovo voglia.

Era lì e continuava a ripetersi di essere altrove, e continuava a ripetersi che 'si, è vero, è un porco, però me lo fa praticamente gratis. Non ho fatto niente di male, dopotutto. E poi è un bell'uomo.' Lui ha giusto il culo un po' flaccido e uno stranissimo neo sotto il capezzolo sinistro, non uno di quei nei pelosi, solo un neo molto grosso. Lei era in questo stato di ansia, compensato giusto un po' dalla trepidazione/oppressione con cui viveva questa distorta immagine di sé, come da dentro una corazza da palombaro. E si guardava in quello specchio secco e pulitissimo che stava appoggiato solo in alto e faceva apparire le persone più grasse, più basse, più imperfette. Il dottore faceva tutti quei disegni taglia e cuci il cui paragone col tessuto è fin troppo scontato, che la facevano sentire piuttosto una di quelle mucche nelle placche appese nei settori carne-surgelati giù al supermercato, ma non era abbastanza scaltra da rendersene conto.Era solo una sensazione subliminale. Il dottore mugugnava la stessa canzone che fischiettava il tecnico settore del supermercato mentre macinava la carne. Questo la mise leggermente a disagio. Allora lui le prese la mano e le sussurrò parole dolcissime e insensate, perse in quello sguardo sornione e di vomitevole caffè con cui le appoggiava il suo rugoso pisello in mano chiedendole di infilargli le sue calze di nylon in gola. Lei accennò un sorriso e si sbrigò. Non perché gli faceva schifo, o impressione. Aveva solo fretta. Nello studio c'era odore di vaniglia, e una pila di riviste che aveva anche lei a casa e che si ostinava a definire 'interessanti'. Ma della fonte della vaniglia, nessuna traccia.

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