mercoledì 8 dicembre 2010

Ich bin ein Walross

Io sono un tricheco - Renton, acquerello e grafiche. 2010.

domenica 5 dicembre 2010

All'indomani dirai Buongiorno, III

Camminando verso l'uscita, l'Addetto, avvertì appena una nota di dentifricio dalle prime boccate del Dottor Onorevole e ripensò a quella cosa strana che lavarsi i denti gli placava la fame se ce l'aveva, e gliela stimolava se non ce l'aveva. Un karma al fluoro.
La giacca di velluto a coste gli si accapponava sul maglione mentre tentava goffamente di riparare al disarmonico défilé tra il suo passo e il passo sicuro e ritmico dell'Onorevole che procedeva liscio e locomotivicamente avvolto dal fumo del sigaro. Questo tacere ministeriale gli riempiva la testa e i faldoni e i fascicoli lo soverchiavano talmente che si dimenticò di ricordarsi che aveva la patta aperta a metà. In fondo al tunnel dell'ingresso, il taxi a quattro frecce accese in cui il Signor Ministro entrò a olio.
L'Addetto arrivò qualche decimo di secondo dopo, con gli occhiali che stavano condensando per l'escursione termica tra il ministero e fuori.
Rivolse al Ministro un involontario sguardo bastonato:
- hahaha, beh? che c'è?
Arrivava sempre il momento della resa dei conti settimanale in un confessionalistico quarto d'ora senza pudore attraverso il finestrino posteriore del taxi. Era uno sfogo al quale il Ministro sottaceva per quel suo sotterraneo e così politicamente sconsigliabile dipendere dalle opinioni altrui e nel quale l'Addetto si cimentava senza alcun tipo di speranza.
Un siparietto studiato al minutaggio.
- Dottor Ministro, lo sa, passo giornate inutili a tentare di scrivere e procrastinare altre cose, che va a finire che a fine giornata non ho mai voglia di vedere nessuno. Però avrei voglia di vedere tutti, ma il vuoto alla fine si inghiotte tutto quello che penso e faccio, però sto bene, devo dire 'però sto bene'. Altrimenti si muovono tutti a compassione e fanno le collette per offrirmi la colazione la mattina. Ed è tutto ingiustificatamente terribile.
- E tu fingi con la gente, così non devi mica giustificarti, no? Piuttosto che compassione, a me muovi rabbia. Giuro, mi fai quasi incazzare - raccogliendo una boccata di sigaro - pare che stai sempre a piangerti addosso quando invece , secondo me, esageri, a volte. Ogni volta cerchi di esasperare la tua posizione, le tue cose, le cose che dici, devi per forza trovarci qualcosa di storto, anche in una banalità.
- Non sono banalità. Sono profonde incomprensioni con me medesimo e lei lo sa benissimo. - in velata accusa.
- Oh, netampoco! Mi dispiace informarti che ce le hanno tutti e il fatto, in realtà, è che tu le vivi in maniera esagerata, fijo mio. - in questo punto il Ministro distolse brevemente lo sguardo dalla conversazione fissando il cemento in terra con il pretesto apparente che si stava rapidamente chiazzando d'acqua.
- Ma, scusi, ma il fatto che ce l'abbiano tutti che ha a che fare con me? E il fatto che io le viva come mi è legittimo viverle, perché non si dice ad un depresso "non essere depresso, è sciocco" aspettandocisi che quello guarisca, come si lega al fatto che le viva male? E anche fosse che le vivo male, dov'è il pulsante per viverle bene?
La pioggia si infittiva e la conversazione era più alta di qualche decibel per superare il frustare dell'acqua a terra.
- E anche ammesso che il pulsante esista e tu sappia dov'è, perché devi premerlo? E anche ammesso che lo premi, cosa impedisce che il problema non risolto non si ripresenti più forte e irresolubile di prima?...vedi, la vita è complicata, fijo mio. Il punto è che uno deve passare degli inferni, per vivere in paradiso. Sempre ammesso che in paradiso vuoi andare.
- ...
- Hahaha, suvvia ragazzo, non siamo mica gli americani. - allungando una mazzetta al tassista - Ci vediamo all'indomani, ti saluto.
Il modo in cui il tassì si defilò dallo sguardo dell'Addetto lo lasciò non più basito del solito, venato di flebili speranze, turbato da sottili drammi, bagnato dalla testa ai piedi in un modo così idrico e totalizzante che non c'era soluzione di continuità tra l'acqua che lo ricopriva e il resto dell'acqua che velocemente ricopriva il resto del mondo.
Andò a rifugiarsi alla macchina per le fototessere sul lato della piazza di fronte al Ministero e rimase lì, nel pallore del neon, a guardarsi riflesso sul vetro, nel muto della città spenta.

(fine)

mercoledì 1 dicembre 2010

All'indomani dirai buongiorno, II

- Dottore ha appena un rivolo... - con uno stupore tutto suo, composto di quella cautela tipicamente ministeriale, tranquillamente rubricabile nell'alveo delle mere irregolarità.
- hahahaha, meno male che ci sei tu, mortacci tua - asciugandosi con tibia e perone di Betty Boop un sangue insolitamente denso e scuro.
Colse l'istante di umanità del Commendatore senza alcun tipo di dietrologia psicologica perché gli avevano insegnato che certe erano solo tattiche delegittimatorie di una certa casta di detrattori, proprio mentre rigirava il polsino della camicia con la bava essiccata dal calore del termoconvettore su cui qualcuno aveva avuto la grazia di appiccicare giustapposte e sfalsate su vari piani sottili strisce di un dossier sfettucciato da una distruggi-documenti che però risultava incredibilmente leggibile.
La funzione sociale della distruggi-documenti risvegliò in lui inaspettati moti di riflessione su che livello intellettuale poteva aver raggiunto la civiltà odierna, con punte di opaca e indolenzita ammirazione verso il Dottor Commendatore Onorevole che di questa era una delle più preclare emanazioni, tra i minuti sette e otto dell'ora vigente. Era come, si sentiva, vedere il Papa ad una mostra equestre. Con buona pace di sua santità.
- senti quà - gli fece, rivolgendogli le prime due dita della mano destra con un sorriso indescrivibile.
- ...non sento niente.
- ...già. - distendendosi ancora di più in un confuso insieme di fasci di pieghe di pelle.
In quel momento sfiammò un neon lungo il corridoio ed entrambi si tesero a guardare. Era il secondo neon dall'inizio del corridoio e il seguente era ad una distanza sufficiente da farli apparire, iconicamente, sospesi nel buio ministeriale ad appena quattro metri dalla connessione con il resto del corridoio. E' un po' come in quelle manovre di attracco tra uno shuttle, che sarebbe la segreteria e la stanza personale dell'Onorevole Avvocato Dottor Professor Commendatore, e la Stazione Spaziale Internazionale Orbitante, pochi metri più in là, che sarebbe il resto del corridoio e il Ministero tutto. Si incrociarono gli sguardi nel maldestro tentativo di evitarsi e mentre l'Onorevole urlava di prendersi le giacche che sarebbero andati via e lui intanto andava un attimo di là a chiamare un tassì, l'Addetto si guardò nello specchio al fondo del corridoio, dalla parte opposta, sentendosi ancora un po' più solo di prima. C'era del biasimo e un vago sentore di autocompassione in quel suo distanziarsi dalla scrivania e guardarsi la piega dei pantaloni sul cavallo tirare il pacco rigonfio in quel modo sacro e impiegatizio che contraddistingue gli uomini in abito quando stanno seduti. Spense il monitor e si diresse verso l'attaccapanni pensando che avrebbe dovuto fare palestra o qualcos'altro ancora, perché si sentiva grasso, ma che la percezione fisica che ciascuno ha di sé è drasticamente condizionata dal grado di aderenza della propria autostima al Pensiero Sociale Dominante in quanto a Buone Abitudini. E che, ancor più drammaticamente, qualsiasi conclusione assolutoria verso quella che ostinatamente continuava a chiamare 'solo un po' di pancetta', che passi anche solo inizialmente per qualche settimana di rassegnazione e che derivi da questo tipo di auto-autocoscienze, l'avrebbe condotto a non cambiare niente affatto delle sue Cattive Abitudini e quindi a non fare palestra o altro, ma di fatto solo ad aver sprecato quei due minuti e mezzo durante i quali si infilava le maniche della giacca e del giaccone mettendosi un giornale davanti al petto, in cui avrebbe potuto pensare a come riscrivere integralmente il comma 234-quaterdecies dell'articolo 1 della Relazione e Progetto di Legge che Avrebbe Cambiato il Mondo. Il guaio, e era un po' tutto quello che invidiava all'Onorevole, è che lui non era ancora in grado di saltare quel passaggio logico obbligatorio sfumato di pudore cristiano che sta tra il video meliora e il deteriora sequor.
Anche se sentiva di stare imparando.
- allora, sei pronto? andiamo?
- signorsì, Onorevole. Senta, per quanto riguarda domani mattina, alle sette abbiamo la riunione con l'altra Commissione, la chiamo per la colazione con il Presidente? - mentre attraversavano a falcate moderate e ritmiche il buio interstiziale tra i fasci di neon e stucchi e ritratti di Presidenti del passato.
- che venga lui, se vuole, io non faccio colazione dal '45. Sai, c'era la guerra. - la conversazione interrotta da tre schiocchi metallici non troppo distanti e non poco somiglianti a spari e subito riprende - ...hahaha, un po' come oggi. - mettendosi in bocca il sigaro e tagliandolo con la piccola e sventurata ghigliottina da sigari.
Il piccolo cicciolo di carne che spuntava da uno degli anelli del tagliasigari e che una volta era un pollice, istigò moti di nostalgia nell'Addetto, che ripensò senza volerlo al capezzolo destro della polacca intravisto più grande dell'altro ad una calda messa agostana qualche scambio interculturale addietro, sotto un sottile velo di cotone che lei chiamava abito lungo. Siano maledette tutte quelle sensazioni che l'avevano fatto sentire così terribilmente e contemporaneamente nel giusto e in colpa ad una misera messa qualsiasi di una domenica del tempo ordinario di un agosto qualsiasi di fronte a N.S.G.C..
Quando gli capitava di ripensare a certe cose chiudeva gli occhi per un istante e si mordeva il labbro inferiore biasciando una emme e una acca con la stessa espressione di chi si è appena ricordato di aver dimenticato qualcosa.
L'Onorevole dal canto suo era attento a tutto e notava certe reazioni infami dell'Addetto perché troppo spesso gli capitava di osservare le reazioni degli altri con una convinzione tutta particolare: la sua ironia era il freudianissimo strato di vetro di fronte alla altrettanto freudianissima insicurezza diffusa di chi dipende davvero dalle risposte altrui, e che al contempo nutre quella inconfondibile e atavica vergogna nel porre quelle solite e misurate domande a solite e misurate persone che daranno solite e misurate risposte che vorrebbe comunque sentire, nonostante la paralizzante e infame e indescrivibile e sotterrante vergogna nel porle e così via. Il che, nei rapporti intimi e squisitamente apolitici che in teoria impalcano quello che poi sta fuori appeso come una grande gigantografia che rappresenta la sua faccia, si risolve per lo più in battute e momenti di stallo, di cui il seguente ne era un chiaro esempio.
Continuarono a far riecheggiare i passi dentro il Ministero, tra l'imbarazzo di entrambi, troppo poco consci dell'altro per parlare e troppo per tacere.

(continua)