venerdì 26 novembre 2010

All'indomani dirai buongiorno

L'ufficio stampa non aveva bisogno di spiegazioni. Non che fosse una questione di fantasia, immagino. Non che ne mancasse agli arredatori, almeno. Ma era in voga a quei tempi una sorta di tacito pensiero unico su presupposti quasi junghiani che arredare tenendo gli occhi chiusi e quindi in un certo senso cercando il decondizionamento perfetto, qualcosa tipo un usa-la-forza immobiliare, ci avrebbe condotto tutti verso quei labirinti di perfezione che erano, in televisione, gli uffici sulla quinta strada. Uffici dai quali non saremmo più stati in grado di uscire, mai, poi.
L'Addetto all'ufficio stampa aveva questo semi-consapevole decadimento lunedì-sabato che era così fisico, psichico e morale, che il lunedì lo faceva apparire solo come un completo ben stirato mentre il sabato era più che altro un informe pugno di abiti. Era un brav'uomo perdio, l'Onorevole lo stimava incredibilmente in quel suo modo impreciso e condito di segni di assenso pseudo-paterni come offrire sigari e pacche sottocosta, ma il sabato puzzava di sudore irrancidito.
Comunque, l'ufficio stampa era costituito da una scrivania luigi sedici, nell'atrio della stanza dell'Onorevole, su cui stava la carcassa di un computer e qualche effetto personale dell'Addetto in post-it e bestiole fermacarte in piombo, proprio davanti un cactus enorme costituito di un solo tronco centrale fallico e gonfio, una tenda leggera color rubino e una libreria svedese in metallo farcita di pubblicazioni sul tenore di "Europe dopo la crisi, trattazioni e sviluppi dei modelli sociali di comparto", "Popoli e Patrie", "Trattato di Urbanistica" e fascicoli di Gazzette Ufficiali.
Di solito entrambi si trattenevano fino a tarda sera, quando i polmoni dei grandi silenzi ministeriali respiravano più lentamente e i fischi sottili dei neon e delle fotocopiatrici in pausa iniziavano il loro episodico cullare i custodi, dopo che l'ultimo impiegato lasciava amareggiato a passo svelto la "saletta suicidi": un posto di scarno arredamento per uffici anni settanta quasi ottanta tre per tre dove isolarsi nella bellezza e punzonare il proprio foglio presenze, rectius beggiare il proprio cartellino in plastica, aspettando lo scontrino del tornaconto.
L'addetto era immerso nella stesura della Relazione alla Commissione in un modo così profondo e tantrico che gli era parso giusto spegnere ogni distrazione possibile concentrando l'afflusso di sangue e impulsi neuronali solo su polsi e occhi, con l'inconveniente ormai collaudato dell'assumere una posizione indescrivibilmente e inevitabilmente arcuata sopra la scrivania, digrignando la faccia in una smorfia bavosa. Non si era accorto delle ginniche flessuosità della visitatrice notturna come rami di cedro affumicati da collant 15 denari che galleggiavano senza particolare vivacità o sensualità avanti e indietro in poco più di mezz'ora dall'ufficio dell'Onorevole, forse impiastrati di riconoscibile sostanza biancastra tra tibia e perone. Non era programmato per accorgersene, ma riusciva benissimo a pensare, mentre scriveva, al rendez-vous parrocchiale con la delegazione polacca con non-per-forza-mal-riposte-ma-timide speranze sessuali.
L'Onorevole uscì fregandosi i polpastrelli e, asciugandosi con un fazzoletto con su Betty Boop lo sproporzionato e grasso spazio tra il labbro superiore e il naso solcato da una sproporzionata fossetta, sentenziò:
- sono sporco?
Riattivare il resto del corpo aveva richiesto qualche secondo per compiere movimenti che pareva fosse la prima volta e superare il modesto choc di osservare la faccia dell'Onorevole contrarsi lentamente in quella che, decontestualizzata, era universalmente riconosciuta come la promessa di un bacio.
- no, Onorevole.
- hahaha, meno male, mia moglie mi sgozza.
Proprio quando l'Onorevole ripose il fazzoletto, avvertì da un sussulto nei suoi occhi blu che il rigagnolo di bava oggi gli raggiungeva il mento e si pulì con la nonchalance di un polsino da camicia. Non capì perché avesse dovuto per forza usare 'sgozza' e ripensò a sua nonna che scartava il coniglio dalla pelle a pasqua mentre scoreggiava senza odore. Nel frattempo l'Onorevole si aggiustava la cinta perché era uno di quelli che porta i pantaloni alti all'ombelico e il margine stirato anteriore della gamba produce come una tenda perpendicolare al terreno che lo fa apparire più grosso, di profilo. Per ragioni evoluzionistiche, pensò. Tipo i gatti.
- che dobbiamo fare con la relazione, allora?
- eh, niente, Presidente. Praticamente è finita. Pensa che Barbozzi e Tulieri ci sono?
- noo, e quando mai. Barbozzi ha la madre al Gemelli, schiacciata su un albero in via Tiburtina dalla circolare 283, e Tulieri è fuori per turismo sessuale, dicono, ma è trafficante d'arte in realtà...
- ah...
- il traffico d'arte è un problema serio se lo sanno, c'è la tracciabilità, capito?
- eh, la tracciabilità...
- la tracciabilità... - annuendo.
- ci ho messo dentro tutto, comunque. Se va in porto è fatta, Onorevole.
- "la storia ci ha messo la responsabilità sulle spalle, come una croce laica che appesantisce il nostro cammino, ma rende più saldo..." - indicandolo apocalittico.
- "...il nostro passo. Ed è per ogni passo in avanti che continueremo a governare."
- hahahaha, meno male, ti strappavo le unghie...
- Crispini e Giovannetti ci sono, hanno fatto pervenire all'ufficio di sotto una nota dentro un sandwich.
- hahahaha, ne manco nei film... - disse, ingoiando un Buscopan dal blister, con un ampio movimento del braccio.
- su Chiaraluce e Favoni tutto tace, per il fatto della settimana scorsa, che ancora devono ritrattare su qualche testata minore...
- comunque non ti stare a preoccupare troppo. Te lo dice l'Onorevole tuo che la cosa in porto non va. E ne manco nessuno vuole che vadaci. In primis sta sul culo a me, sto Progetto, anche se a me l'ho assegnato per ragioni di opportunità politica. Non va perché nessuno vuole che vada, perfino a te sta sul culo lavorarci.
Il viso contratto in molteplici smorfie di saccenza e accompagnato dalla mano sinistra cui mancava mezzo pollice grazie a un vecchio tagliasigari, si solcava di una riga di sangue che colando dal naso scendeva per la bocca.

(continua)

2 commenti:

  1. pensavo al "semi-consapevole decadimento lunedì-sabato che era così fisico, psichico e morale". una cosa quasi familiare.

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  2. io pensavo al perché mi ostino ancora a scriverle, certe cose

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