Accadde in uno di quei giorni in cui il mio rispetto per la legge era ai suoi massimi storici. La luce di settembre finalmente mostrava tutta la sua timida inutilità e ormai dell'aria estiva non rimaneva che qualche fiato tra le intercapedini dell'asfalto. (scoprimmo poi che era solo vapore di olii)
Erano giorni per lo più tristi, di tristezza consumata in vecchi refrain e mi ero da poco, pochissimo, reso conto che chisoio aveva già fatto della musica tutto quello che avrei mai potuto desiderare di farne io. Me ne andavo in sciolta autonomia, vagando, tra gli spazi di quelle canzonette che spesso mi occupano il cervello, pensando che, perché no, avrei potuto essere chiunque altro dopotutto.
Che in qualche modo l'indolenza dell'essere io e quella ormai assottigliatissima capacità di sopprimermi mi avevano come 'uscito' da me stesso, e preferivo pensarmi che pensare e più in generale preferivo proprio qualsiasi coniugazione di un verbo riflessivo a quei faticossissimi tempi semplici.
Era così che tutto assunse quel colore (scoprimmo poi che era infezione oculare) per cui le vecchie glorie del giudicare facevano spazio solo a smidollati consigli sentimentali, millantate e roboanti bravure a letto e una predilezione inconfessata, feticista, per melanomi pelosi e a rilievo sulla pelle.
Non voglio il tuo amore, la tua lingua mi scioglie i midolli, è come un flaccido nervo che si spalma tra le mie sbiadite svogliatezze. Non mi ecciti, non mi darai mai altro che non sia un'ennesima copiosa venuta.
D'improvviso non c'era più poesia in niente, nella poesia stessa, tutto riducendosi alla sua più tranquillizzante superficialità. Non potevo essere a disagio perché non avevo parole per dirlo (non potevo seguire la ribellione della mia epoca perché il mio super-io non aveva mai accettato, di questa, le borchie) non c'era più altra maledizione in me, e stare bene era di una banalità così sconvolgente che non potevo che cercarmi qualche altra scusa e staccarmi le vene dai polsi una volta per tutte.
Era così che non facevo che aggrapparmi alla vita, convinto che in quel mio soffocare quotidiano qualcuno mi avrebbe prima o poi chiesto di ammollare una mia definitiva teoria sul tutto. Avevo di queste velleità, e di casini belli grossi non ero capace di combinarne perché, appunto, il mio rispetto per la legge era in quei giorni ai suoi massimi storici. (non mi restava che aspettare)
Non mi definirei schiavo, piuttosto un parassita qualificato.
Qualche minuto dopo mi resi conto che era tutto in qualche modo sbagliato e dato che avevo disimparato a piangermi addosso, mi limitai ad essere molto triste per nessuna ragione in particolare.
Io e lei non arrivammo mai ai pugni, alla violenza domestica, io nascondevo le mie mollezze con le scuse sul cercare i miei ritmi e i miei tempi, lei sottaceva con sguardi materni e ritraeva i suoi fluidi a migliori occasioni che non sarebbero arrivate mai.
Erano giorni per lo più tristi, di tristezza consumata in vecchi refrain e mi ero da poco, pochissimo, reso conto che chisoio aveva già fatto della musica tutto quello che avrei mai potuto desiderare di farne io. Me ne andavo in sciolta autonomia, vagando, tra gli spazi di quelle canzonette che spesso mi occupano il cervello, pensando che, perché no, avrei potuto essere chiunque altro dopotutto.
Che in qualche modo l'indolenza dell'essere io e quella ormai assottigliatissima capacità di sopprimermi mi avevano come 'uscito' da me stesso, e preferivo pensarmi che pensare e più in generale preferivo proprio qualsiasi coniugazione di un verbo riflessivo a quei faticossissimi tempi semplici.
Era così che tutto assunse quel colore (scoprimmo poi che era infezione oculare) per cui le vecchie glorie del giudicare facevano spazio solo a smidollati consigli sentimentali, millantate e roboanti bravure a letto e una predilezione inconfessata, feticista, per melanomi pelosi e a rilievo sulla pelle.
Non voglio il tuo amore, la tua lingua mi scioglie i midolli, è come un flaccido nervo che si spalma tra le mie sbiadite svogliatezze. Non mi ecciti, non mi darai mai altro che non sia un'ennesima copiosa venuta.
D'improvviso non c'era più poesia in niente, nella poesia stessa, tutto riducendosi alla sua più tranquillizzante superficialità. Non potevo essere a disagio perché non avevo parole per dirlo (non potevo seguire la ribellione della mia epoca perché il mio super-io non aveva mai accettato, di questa, le borchie) non c'era più altra maledizione in me, e stare bene era di una banalità così sconvolgente che non potevo che cercarmi qualche altra scusa e staccarmi le vene dai polsi una volta per tutte.
Era così che non facevo che aggrapparmi alla vita, convinto che in quel mio soffocare quotidiano qualcuno mi avrebbe prima o poi chiesto di ammollare una mia definitiva teoria sul tutto. Avevo di queste velleità, e di casini belli grossi non ero capace di combinarne perché, appunto, il mio rispetto per la legge era in quei giorni ai suoi massimi storici. (non mi restava che aspettare)
Non mi definirei schiavo, piuttosto un parassita qualificato.
Qualche minuto dopo mi resi conto che era tutto in qualche modo sbagliato e dato che avevo disimparato a piangermi addosso, mi limitai ad essere molto triste per nessuna ragione in particolare.
Io e lei non arrivammo mai ai pugni, alla violenza domestica, io nascondevo le mie mollezze con le scuse sul cercare i miei ritmi e i miei tempi, lei sottaceva con sguardi materni e ritraeva i suoi fluidi a migliori occasioni che non sarebbero arrivate mai.

Non riesco ad affrontare l’arrivo della sera
RispondiEliminaTu mi puoi offrire una via di fuga
Le case vivono e le case parlano
Se mi conduci lì ne otterrai sollievo
E se sto per parlare
Allora ho intenzione di parlare
Per favore non interrompermi
Stai seduto e ascolta [Last flower, Radiohead]
anche se ci sarebbe stata meglio How to disappear completely, e in tal caso ci avrei linkato il video di questo film: http://www.youtube.com/watch?v=9Hl5mAekm5A
questa vita è una lama sottile, un gioco crudele...
RispondiEliminaLa tua lingua mi scioglie i midolli.
RispondiEliminaMi capita anche con qualche bravo scrittore professionista: voglia di ucciderti e averla scritta io.
sta notte ho sognato che mi chiedevi il modo più veloce per raggiungere Viterbo.
RispondiEliminati serve ancora?
assolutamente, nicò
RispondiEliminaUna copiosa venuta in attesa di eccitazione non è cosa trascurabile. Mi ci sono rispecchiato molto, tranne che per gli sguardi materni di lei.
RispondiEliminaI miei più rispettosi complimenti.