domenica 30 maggio 2010



Quello che ho sempre saputo fare bene è prendermi cura di me stesso col bisturi. Recidendo periodicamente tutto quello che era cresciuto troppo, senza tutte quelle paranoie sull'autodistruzione, solo guardando la bellezza negli occhi e sgrossandomela addosso. Non posso dire che ci sono riuscito, non posso dire di aver del tutto fallito. Adesso che sono dovuto partire, ho ripreso tutti i gilet. I tuoi capelli scuri, smaniosi e vani, la tua inutile bocca a becco di papera, il tuo culo falso e schiavo dei pantaloni, i miei insulti benevoli e tutti i concetti di sopravvivenza che avevo rielaborato da uno o due mesi a questa parte, adesso, sono tutti sospesi sotto la formaldeide di un grande barattolo in camera mia a Roma. Ora ci rimane solo la mia città desertica e sorridente e lobotomizzata e lisa dai venti e consunta dalle piogge: un posto buono a darmi solo modo di pensare pensieri muti e ciechi e sordi e altre cose inutili e vane che non vale neanche la pena di pensare a se valga la pena pensarle. Qui dove tutto è ridotto a escrementi, roba che appena infastidisce i precordi, e vagine più o meno di plastica. Un posto non più buono neanche a darmi le nostalgie di cui avrei bisogno, pieno di eventi lontani abbastanza da essere soltanto desueti. Come tornare al mare nel posto in cui andavi quando avevi tredici anni e rivedere di sfuggita la prima tipa a cui hai toccato le tette. Solo che al mare piove, stavolta. Un posto popolato da esseri e averi ormai sbrindellati sotto il fuoco incrociato della mia noia e della mia spocchiosa e vomitevole superiorità, un posto dove ho smesso di faticare a cercare quei buchi rotondi per le forme quadrate di cui ti parlavo. Non vedere l'ora di dimostrare il nulla con cui ti sei gonfiato il pacco mi crea dipendenza. Perché non è mai finito il tempo di ripetersi. Invece, e questo non avevo voluto tenerlo troppo in considerazione sperando che non guardandolo sparisse, non è mai finito il tempo di guardarsi con quattro paia di occhi. Non è mai finito il tempo di leggersi con quattro interlinea, di stare attenti e tesi come faine al pasto dentro il pollaio. Perché non lo so. Mi è sempre piaciuto dare la colpa al mio carattere e pensare che fra venti o trent'anni sareste tutte tornate da me a darmi ragione su tutto.

Dal retro della mia lista della spesa.

5 commenti:

  1. torna a Roma che è mejo, ti offro uno yogurt e passa tutto

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  2. boh. Denti sul marciapiede.
    Che davanti allo specchio ero tranquillo e deciso, e giocavo col bisturi da coltellatore carioca.
    A sgrossare la bellezza con decisione, tagliando via.
    I tagli mi venivano bene dapprima, tre-cinque giorni per intenderci, e le linee nette della figura mi riempivano di una certa soddisfazione.
    Non consideravo la tristezza slavata, la tenerezza amara per i frammenti di me morti, in terra.
    E la puzza di cui mi hanno riempito l'anima, marcendo.

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  3. oppure ti abitui, che è peggio...

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  4. Roba tosta, un piacere per le mie orecchie. Quelle trasparenti, e anche le altre.

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