venerdì 21 maggio 2010

Bolle, fine*

-ma che siamo venuti a fare, me lo dici. - avvertendo sempre più netti conati di vomito.
-l'idea è questa. Perché adattare il mercato all'uomo? Adattiamo l'uomo al mercato.
-e questo lo sapevamo già fare, mi pare si chiami marketing.
-è inutile continuare a generare esseri con preferenze troppo differenziate da non poter essere controllati con la facilità che si dovrebbe. Tanto vale sviluppare un prototipo di uomo medio, dalle preferenze preordinate su base genetica, dall'intelletto abbastanza elevato da saper compiere scelte ripetitive sulla base della convenienza.
-aspetta un attimo...ti stai scopando la terra!!
-la tua versione è molto più grezza della mia, però. Sto solo piantando semi staminali in combinazione con lo sperma per creare una razza di soggetti lavoratori-consumatori dalle esigenze geneticamente preordinate basati su di me. Così che nutrirli, vestirli, farli divertire, sarà un'azione di semplice default per il mercato. E' ottimizzazione. Non l'hai mai visto 'Essere John Malkovic'? E poi comunque sono ancora prototipi...e anche 'Il nuovo mondo', non l'hai letto il nuovo mondo del fratello del premio nobel?
-tu, ti, stai, scopando, la terra, brutto, coglione!! - urlando un fiotto di vomito giallo e sentendomi lo stomaco strizzare.
-ho i fazzoletti in macchina, non ti agitare.
-hai le pigne in testa, ecco l'unica cosa che hai - ma ragionavo che di fatto i miei toni erano drammaticamente sbilanciati in confronto a quanto realmente mi interessava di rimproverarlo. Era un entusiasmo piuttosto posticcio, chimico. Ero piegato in terra, su me stesso, in una posizione che per coerenza intellettuale avrei dovuto assumere più spesso nei mesi recenti, ma mi sono rifiutato. Il rivolo di vomito giallo mi gocciava giù per il k-way, e sentivo che era più colpa della Simmenthal che degli 'acidi del terreno'. Sentivo che in generale il mio stare male era più una cosa di Simmenthal esistenziali, che di acidi del mondo. Non pioveva più, però, quindi il cervello mi tirava e l'aria era più libera, il sole s'era ormai fatto mattino e queste grosse bolle giù per il campo ora riflettevano in controluce le sagome dei feti umani sospesi come sotto aceto.
La mia vita è un remake in b-movie di un kolossal degli anni '90 sui complotti: recitazione forzata di parti scritte male, in un contesto sbagliato, con un direttore della fotografia strafatto di crack.
-vieni, si sta schiudendo...- mi ha urlato il coglione accovacciato davanti ad una bolla più grande delle altre -...questa l'ho piantata il primo giorno, due mesi fa - con la luce negli occhi.
La bolla da vicino aveva una consistenza particolare, una superficie scabrosa come un foglio di carta da acquerello, ma morbida, abbastanza elastica da muoversi con le esigenze del feto, come un foglio di carta da acquerello. Il feto si muoveva in una poetica danza, come grattando le superfici interne dell'uovo e cercando un pertugio, come se non avesse fatto in tempo a venire al mondo che già gli mancava l'aria. Le pareti interne si assottigliavano, intanto che grattava, e piano piano un piccolo forellino fece fiottare fuori uno schizzo di liquido amniotico in faccia a Pitone che, sorridendo, non distolse lo sguardo mentre la sacca si spezzava a metà e nella confusione di acqua scivolava fuori come un tonno il piccolo di Pitone.
Pitone lo prese per le gambe e alzandosi, nel tripudio di luce, lo appese a testa in giù dal suo braccio urlando che ce l'avrebbe fatta, avrebbe conquistato tutto, che il mondo era suo e tutto quello che vedevo un giorno sarebbe stato suo.

Io non sapevo che dire, era una cosa bellissima, un emozione fortissima, era come aver partorito un'idea, ma con meno sangue. Non lo so che m'era preso, avevo gli occhi lucidi e ero felice da dentro. Ero felice proprio, che non pensavo a niente, pensavo solo ad essere Felice, alla parola 'felice' in grossi caratteri cubitali bianchi sullo sfondo nero del nulla del mio cervello lampeggiare. Felice che avevo un sorriso teso e innaturale che ho sentito qualche pezzo di pelle strapparsi dalla cima della bocca. Felice che neanche una pera di alcool ti fa felice così. Felice in un modo così ingiustificato, innaturale e 'infelice', che non potevo essere altro da me, o, tipo, essere triste. Perché ero felice e non capivo più niente.

*[continua]

9 commenti:

  1. se ti chiedi 'perché', vuol dire che non sei felice. E io sono felice, quindi non mi chiedo perché e, correlativamente, non so la risposta.
    Felicitazioni

    RispondiElimina
  2. No, non mi riferivo al fatto che tu sia felice adesso, ma nel post ...

    RispondiElimina
  3. ah, forse relativamente al post, non sai la risposta.
    pensavo dipendesse da qualche sostanza rilasciata dalla bolla rotta.

    RispondiElimina
  4. Ben Frost al Chiostro l'avrei ucciso.

    RispondiElimina
  5. A me invece ha emozionato. Ero felice, direi.

    RispondiElimina
  6. forse sei stato fortunato ad essere chimicamente felice, io ahimè no! ;)

    ultima performance di livello invece...location stratosferica.

    RispondiElimina