giovedì 11 luglio 2013

La classica fobìa del cazzo piccolo.

Gli occhi erano ormai irrimediabilmente gonfi e le labbra morse da dentro un ultimo residuo di eccitabilità sessuale, lacrime che colavano da ovunque su ovunque come se piovesse, lunghi fili di muco e saliva tra le fauci, i denti coperti dall'afonia di una spiegazione impossibile, le ultime energie rimaste a innervare braccia troppo sottili, troppo rosee e morbide, dei capelli persa ogni forma, del viso ogni grazia, senza trucco era anche peggio per il fatto delle imperfezioni cutanee che poi infondo hanno tutti, anche le fiche spaziali. Lei era una fica spaziale.
Per qualche motivo ormonale la sua vagina, in selezionatissimi e altrettanto delicati momenti, si bagnava di secrezioni acidule, miste al sudore, che scorrevano giù lungo delle gambe tornite e senza peli, piallate da una divinità decaduta, storte e sgraziate sulla pianta che faceva emergere le dita come da un mazzo di dita. Era stesa sul divano, immobilmente orizzontale.

Lui aveva la classica fobìa del cazzo piccolo.

- Non - un respiro più grande, gorgogliato, mozzo - non stai capendo, non è una questione di cosa puoi fare per me. Semplicemente manca qualcosa.
- mh... - e poi, puntualmente, gli si apriva in testa questa crepa, che diventava un solco e mano a mano un canyon e lui la guardava da un precipizio all'altro, con un avvilente sentiero che scendeva pericoloso verso valle e risaliva dall'altra parte tra le rocce, la polvere, l'erba e gli insetti appassionati di caviglie, le madonne, il sudore, cazzo, che appiccicava tutte le predette cose assieme in una malta esistenziale che avrebbe fatto tornare la voglia a chiunque di starsene fermi e sperare che il canyon, come se n'era venuto, tornasse solco, crepa e scopatina restauratrice - ma dici nel senso che non senti che io ti capisca?
- io credo che tu sia la persona che mi abbia capito di più, nella vita.
- mh... - e questo entrava diretto nei testicoli per incrementare la potenza espressiva della prossima celebrazione, in assolo o in duo che fosse - però, scusa, il punto, mi sembra, è che tu continui a disperarti nonostante tutto. Continui, anche se uno prova a darti una mano, continui ad allontanarti. E in un certo senso ci provi gusto, perché infondo è più facile continuare a rotolarsi nel fango che alzarsi e smetterla di guardarsi l'ombelico.
- io voglio solo essere felice - e qui una costellazione di concetti si accalcavano simultaneamente per ficcarsi in bocca tutti insieme allo stesso tempo e rimanere incastrati sull'uscio, il sistema in sovraccarico, un fischio lungo e attufato, un riflusso caldo verso gli occhi e due lacrime come biglie di cristallo extrasmall appese alle ciglia scendere giù con un sacco di perché adolescenziali, l'impotenza e quanta voglia di crescere lungo la faccia.
- si, ma che cazzo, è come se, a forza di cercarla, quando ce l'hai sotto gli occhi non la vedi - e ormai lo sentiva suonare solo come un consiglio spassionato: l'ultima boa della conversazione era così indietro che anche sommando i gradi rimasti a entrambi non l'avrebbero mai vista. Sempre per colpa della miopia.

Da fuori la casa era una paletta di gialli proiettati a trapezio nel blu elettrico della campagna inerte. 
Lui stava seduto con le ginocchia in gola sul divano dove qualche tempo prima avevano provato a inserire con sentimento il suo pene nella di lei vagina ma lui era "durato poco" anche se "non fa[ceva] niente".
Lei sbatteva in terra ogni cosa le rimanesse in mano per più di cinque minuti, e era da più di un'ora che il soggiorno sembrava il teatro di un disastro aereo.
Allora lui s'era alzato di scatto per andare a cambiarsi maglietta, perché con quella che aveva indosso non poteva dormire per colpa del collo stretto.
Fuori un anonimo giugno con qualche refolo di vento, nubi alte come incommensurabili montagne trafitte da lame di luce sempre più rossa e l'ombra della terra poco più giù sull'atmosfera incandescente.

In televisione c'era "How it's made" al silenziatore, e la puntata doveva essere sulle corde, o sui tessuti degli abiti pregiati, perché c'erano fili sottili come capelli ritorti ipnoticamente contro altri fili altrettanto sottili che si ingrandivano sempre di più e quella cosa del diametro in rapporto alla portanza non faceva che fargli pensare con sollievo alla filastrocca-salva-stati-mentali che gli aveva insegnato quel ragazzino disturbato coi rasta in vacanza studio in quarta ginnasio sul largo che turi, duro che duri.
C'era una parte di lui che scambiava di continuo cause e conseguenze tra prestazioni a letto e livello dei litigi e dell'affinità di coppia, ma era pronto a citare degli studi a sostegno - ogni volta - di una tesi o dell'inversa.

- mangiamo qualcosa?
- mi viene da vomitare - e dentro di lui il cervello si crepava di nuovo in quattrocento partizioni e altrettanti sottoinsiemi tenuti insieme solo da deboli operatori booleani tutti impegnati a trovare un algoritmo adatto a sopportare questo tipo di risposte per questo tipo di domande nonostante entrambe fossero effettivamente del tutto incomprensibili.

Lei spense la televisione e un ronzio silenzioso si diffuse velocemente in tutta la casa. La serpentina del frigo smise di vibrare, qualche enorme insetto volante impartiva metodici colpi al vetro doppio del finestrone, sul soffitto delle larve di mosca schiuse e morte soffocate nella tela di un ragno.

Lui in cucina posò inavvertitamente il piede nudo su un grosso insetto scuro che camminava sul cotto, senza ucciderlo, sentendolo grattargli l'arco plantare così indelebilmente che avrebbe solo potuto tagliarsi via il piede per dimenticarlo, e lo lasciò andare via.

Lei in piedi strinse i denti e scurì gli occhi così forte, e c'era un quantitativo così alto di sofferenza in quelle microscopiche fessure che per un attimo si illuminarono così disperatamente che pareva potessero trapassare un grosso muro in calcestruzzo, poi chiuse le mani in due pugni e lo guardò intensamente dal soggiorno.

Lui aveva le mani appoggiate ai fianchi e cercava di guardarsi la pianta del piede.

Le mutande di lei si erano ormai irrigidite sullo sperma di lui, e lui non sapeva che di lì a breve sarebbero state l'ultima cosa a rimanergli di lei.

martedì 5 marzo 2013

Abflug


Sono fermo qui da almeno quindici minuti, il mio volo infondo non parte che fra tre ore. Non mi ricordo una valigia una in casa con le cerniere che reggessero senza un cospicuo ricorso alla fede - personale e collettiva - in un qualche Potere Superiore che tenesse assieme tutto in una paranoia controllata, perché tutto fosse a prova del caotico dispiegarsi della realtà degli eventi, dei colpi che avrebbero potuto lanciare un arcobaleno di intimità nella carlinga di qualche Boeing, a 32.000 piedi da terra. Ora la valigia ruota su se stessa ad un periodo costante e viene ricoperta di sempre più opacizzanti strati di cellophane, mentre io fisso l'architettura contemporanea proiettarmi fasci di rette da almeno venti direzioni diverse, e archi, ellissi, derivate di curve che si imprimono indelebilmente sul mio cranio,  lo sezionano come il fascio ottico del lettore il codice a barre quando non aggancia il prodotto e rimane a pulsare a vuoto mostrando a tutti i limiti psicologici dell'attesa occidentale. Vibrano i neon, le ruote di trolley, dei carrelli, dei nastri trasportatori, delle giunture meccaniche dei dock dei Boeing, le penne sui contratti di noleggio, le molle a scatto nelle casse automatiche, le monete nelle vaschette sotto i vetri antiproiettile dei cambi, la valigia sulla piattaforma di gomma, cotta dal caldo della colla, tutti insieme contemporaneamente, come un rimbombo perpetuo.
Passa una signora sulla quarantina con un cucciolo di pastore tedesco orbo da un occhio, con l'orbita scavata e stretta, strizzata, tumefatta, incrostata, fresca di un fluido essiccato grattato via. Se non avessi sentito accartocciarsi lo stomaco su se stesso e lo schizzo di rigurgito salirmi in bocca, erano altri sei mesi a cercare un modo più raffinato ancora per non certificare definitivamente di essere solo un cappotto che galleggia. Non so più neanche quanto tempo è che a guardarmi le mani, i solchi tra le dita, le vene stese sotto gli strati di pelle più soffici erosi dalle frizioni, dai saponi monoodore, dalle seghe, che lasciano spazio a quelli più duri e ingialliti, a guardarmele - dicevo - non so più quanto tempo è che non riesco a riconoscerle di default, a smetterla di attribuirgli responsabilità personali di default.
Dopo un breve fischio la valigia è una palla di cellophane con un nucleo rosso sbiadito, distante come il baffo di plastica nelle biglie, e ugualmente irraggiungibile. Quando torno dovrò aprirla come un carapace, con un taglierino o che so io. Già sento lo scrocchio.
Poi penso al pasto confezionato dell'aereo, al caldo artificiale delle lasagne, al mistero profano della plastica-che-non-si-scioglie-al-microonde in cui le confezionano, a quanta disinformazione circola sulle abitudini sessuali delle hostess, sulle aberrazioni ottiche degli oblò, sull'aerodinamica, e mi sento decisamente meglio, meglio davvero.