martedì 3 gennaio 2012

Qualcosa di carino

03-01-1952
Immagino già il mio sguardo da parassita sociale fermo immobile attraverso quegli occhiali di bachelite neri prendersi una pausa da un lavoro stressante sopra quella che dovrebbe essere una macchina da scrivere(per colpa del fatto che qualche olocausto nucleare avrà ridotto a brandelli qualsiasi forma di tecnologia superiore alla meccanica base), e mi chiedo: come sono arrivato fin qui?

28-12-1951
All'inizio ho pensato, e periodicamente a intervalli sempre meno regolari ancora lo penso, che fosse una Lunga Truffa. Una di quelle cose che prima o poi si sarebbero rivelate false, o costruite. Insomma, che tutto sarebbe tornato Normale, prima o poi, con un grosso salto all'indietro cognitivo e sensazione di stordimento da shock post-confusionale e legami al fosforo svampati come fiammiferi ad una sagra dei fiammiferi per far tornare tutto al suo logico posto nel mondo del maestoso mosaico a domino delle cause e degli effetti.

01-01-1952
Il dolore ancheggia stancamente tra i lobi del diaframma, si trasforma in una fitta intercostale, in una morsa ai dorsali, in uno stordimento del duodeno, del fegato, della bocca dello stomaco, talvolta risale alla tempia sfiatandosi in un soufflè di cervello, in un capello tra le meningi, scende al collo ed è un bollore intracarotideo, ogni tanto prende le braccia, le estremità delle dita.

28-12-1951 (3)
Ho pensato a lungo in questi ultimi quindici minuti al significato di certi avvenimenti che di solito ci costringiamo a chiamare Fatalità, e mi sono scoperto a pensare piuttosto al tipo di sforzo che generalmente si compie nell'attribuire significato a certi avvenimenti che di solito ci costringiamo a chiamare Fatalità. Lo sforzo del perché al più diventa lo sforzo del come, quando non si decomprime nelle Spiegazioni Preconfezionate della psicologia o della religione. Nessuno che ti dia le risposte che cerchi. O almeno quelle che meriti.

31-12-1951
Ai funerali la sociologia è merda, l'osservazione antropologica è merda, la religione è merda, la scienza è merda, il diritto è merda, la burocrazia è merda, gli altri sono merda, le spiegazioni sono merda, le condoglianze sono merda, i pianti delle persone più anziane del defunto sono merda, solo la panca su cui ti siedi non è merda (quindi latu sensu non è merda la falegnameria per la parte che non rimanda alla religione), gli orli delle maniche dei soprabiti, delle camicie, delle maglie che indossi non sono merda (per quanto velocemente lo diventino), gli sguardi consumati di scimmioni gonfi di muscoli e lacrime non sono merda.

02-01-1952
Mi stordisco di lavoro inghiottendo ettolitri d'inchiostro stampato e prestampato, sperando di allontanare terapeuticamente ogni pensiero secondo un cliché vecchio quanto il mondo che riesce, vi dico, riesce soltanto quando quello con cui ti distogli è estremamente noioso o estremamente porno.

02-01-1952 (2)
Saltando quella che sembra l'apparente conclusione di tutto, cioè che il significato recondito della Fatalità risieda nella risultante di una serie di notevoli e quanto più possibile temporanei cambiamenti, tutti per lo più superficiali, in buona sostanza riassumibili sotto il brocardo psicologico: rilevanza dell'irrilevante, saltando il momento 'quello che dai per fideisticamente assodato, vacilla, e inizi a riprovare quell'atavica paura di morire su cui la storia dell'uomo si è tormentata per millenni', saltando le prefigurazioni da morte improvvisa rispettivamente dormendo, leggendo, masturbandosi, suonando, dormendo sul divano, seduti di fronte al manuale di diritto processuale civile volume uno seconda lettura, stesi in terra in una posa scomposta, in macchina in un inspiegabile incidente stradale, con tutta la famiglia, da solo, di fronte a cinque sconosciuti in una cucina tappezzata di inspiegabili quadri, cliché da provincia paranoica e fumo rappreso di quarantacinque anni di marlboro rosse con piombo, quello che rimane é l'odio per la retorica espositiva dei pensieri di tuo padre che lascia un sempre più grosso spazio tra la domanda - retorica - e la risposta - ogni anno che passa più scontata - ad un quesito qualsiasi che riguarda la vita contemporanea o alto o basso medievale, la crisi economica, l'edilizia, l'idraulica, la tecnologia e la religione.

03-01-1952  (2)
Probabilmente quello che mi fa più paura di tutta la faccenda è il tono di malcelata disperazione che inghiotte le parole a Quelli-che-Restano, o la necessaria ammirazione per chi conosce le due nozioni due di muratoria che sai ti sarebbero utili se non ci fosse nessun'altro capace di sigillare il loculo.
E allora la risposta è congelare ogni cosa nel freddo di Questo inverno.
Venti-trent'anni di ricordi attivi e passivi sono abbastanza.
Tanto vale scandire una piatta, insignificante e ben congegnata esistenza, minimizzando le occasioni di felicità o i semplici ricordi felici in un pattern grigio-bianco di vita d'ufficio, caffè nero, occhiali di bachelite e procedura tributario-amministrativa, pensando per il resto a ripassare il passato, disponendolo ordinatamente in un archivio per poter dire, quando accadrà che qualsiasi protagonista o deuteragonista di qualsiasi memoria attiva o passiva deceda sulla tazza del cesso imbracciando uno dei libri peggiori mai scritti, per poter dire solo due o tre cose di lui, diciamo una manciata di ricordi, diciamo lo strettamente indispensabile per una velata malinconia, e non questo turbine di flash che attraversano il cervello come proiettili riducendo tutto il resto ad un Grosso Silenzio Nero.

venerdì 11 novembre 2011

Scansati coglione

E da quel momento non faceva che guardarla in un modo intrinsecamente incredulo. Si sentiva, ontologicamente, come se avesse beccato un proiettile al volo con un proiettile, senza mirare, sparando al vento. Era stato come lanciare il pallone in un punto imprecisato del vuoto e vederlo entrare a canestro sul fischio del time out.
E probabilmente essere bravi in queste cose è proprio questo: avere la percezione del momento, di QUEL momento, in cui disattivare il calcolo integrale della forza dell'avambraccio e lasciarsi andare ( l'espressione lasciarsi andare aveva assunto un connotato scientifico nella sua testa )per scivolare nella nuvola di soluzioni certe possibili, schivare tutti gli ostacoli di ordine logico e fisico che restano e raggiungere il parquet nel lume della rete del canestro in un indimenticabilmente seducente danza con l'eterno. Ma questa non era una partita a basket, era più una cosa tipo: la sua vita cosciente. Non c'entrava la bravura, c'erano variabili come il Karma, la casualità, l'alitosi. Non poteva accettare un fattore di incontrollabilità così prevedibile, che bastava lasciarsi andare al momento giusto per vincere. Probabilmente c'era qualche grandezza parametrica di più, una cosa tipo una delle venti possibilità in una vita di azzeccare ( il verbo azzeccare aveva assunto un connotato scientifico nella sua testa) un'idea giusta, sentire i neuroni strizzarsi e perdere qualche anno di vita spirituale, prendere un capello bianco, morire giovani e consumati. E poi c'era la questione dell'opportunità di cavalcare l'onda e rimanere in piedi almeno durante tutto il reef, o passare la vita a chiedersi il significato del surf. Tutto accompagnato da un'incredulità dilaniante, il sentore netto e viscido della truffa, ordinatamente nella sua testa nelle immagini:
- Entrare in casa del festeggiato-a-sorpresa qualche minuto prima di lui, beccarsi le urla, gli auguri, e uno "scansati coglione" di proporzioni psichiche topiche;
- Inconsapevole protagonista di una Candid Camera trumanesca o, come sottoinsieme, della pubblicità molto ben riuscita di uno studio legale divorzista;
- Arrivare al momento-topico-amoroso #125 e sentirla scoppiare in una risata così profonda da incidergli sul cuore in bassorilievo: "ma veramente ci stavi credendo?!"
Era un debole, con sincerità non se l'era mai nascosto. Aveva una paura fottuta.


Non puoi tornare così e aspettarti che io ti dica sì perché per essermene andato una volta sul serio hai sentito che ti mancava il fiato. Quanto vuoi che duri. I processi evolutivi dei ritorni di fiamma fanno solo perdere le dita ai ragazzini che vogliono appiccare fuoco ad un cassonetto con l'AXE. Non servono a stare bene più del tempo in cui il gas brucia, tutto torna in fretta come prima e tu hai solo qualche difficoltà in più a infilarti un paio di guanti. E noi non abbiamo neanche un prima, il che se vuoi è anche più preoccupante. E poi non ci sono motivi seri per cui dovrei piacerti. Ti meriti un tipo alto, uno con una barba vera. Sei di una bellezza smarcante. Nel mio sistema di valori le soddisfazioni non esistono, l'unica spiegazione plausibile non c'è. Non puoi riferirti veramente a me quando mi guardi, mi dici che vuoi vedermi, di essere felice, di sentirti protetta dalle mie spalle fasulle. Mi aspetto che chiedi "battuta" al gobbo da un momento all'altro. E io sono solo felice davvero, felice e  travolto da lame che sento andare a fondo e piantarsi nei midolli delle ossa più lunghe, felice che imploro perché niente si avveri, tutto rimanga così. E l'unica cosa che riesco a pensare è che a questo punto c'è da preoccuparsi solo di quanto vicina possa essermi la morte.

Era un limpido mattino di Ottobre, quindi. La notte passata ce l'aveva impressa come un film di Hitchcock: pessime luci, grandi dialoghi, Grace Kelly. Guardava il mondo schiudersi all'alba nella sua incessante romanticheria, a velocità costante, attraversato dai raggi di un sole che penetrava nuvole di asfalto come in un video di MTV. La felicità nel cuore, in bocca una canzone, le gambe che bruciavano lipidi, le mani che si scioglievano sul manubrio, tutto il sangue in terra in un rivolo corto qualche secondo dopo l'impatto.